Sahel, la nuova frontiera russa: perché l’Italia resta a basso profilo nel contesto del Mediterraneo allargato

La Russia consolida la propria influenza nel Sahel tra mercenari, risorse e disinformazione. Analisi del ritiro occidentale e del ruolo prudente dell’Italia nel Mediterraneo allargato.

AFRICA SUB SAHARIANAITALIA

Marco Cornetto

1/3/2026

La Penetrazione Russa nel Sahel e la politica a basso profilo di Roma nel contesto strategico del Mediterraneo Allargato

Sahel, dall’arabo Sahil, significa “Bordo del Deserto” e si intende la vasta fascia del Sahara meridionale che unisce l’oceano Atlantico al Mar Rosso, attraversando 12 Paesi. La sua “regione politica”, così come è stata definita dalle Nazioni Unite, comprende 10 Stati: Senegal, Gambia, Mauritania, Guinea, Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad, Camerun e Nigeria, e si inserisce nel nostro concetto strategico di Mediterraneo Allargato.

In questa fascia meridionale del Deserto del Sahara, nel silenzio della comunità internazionale, la Russia avanza con determinazione nella creazione di una nuova “cortina di ferro”. L’impiego di mercenari dell’African Corps (ex gruppo Wagner), accompagnato da una massiccia campagna di disinformazione orchestrata dall’agenzia di stampa russa “African Initiative”, sono gli ultimi anelli di una lunga catena di eventi iniziata diverse decine di anni fa. Tra i complici, il profondo malcontento post-coloniale e le pressanti esigenze di sicurezza.

Importanza strategica del Sahel: Mosca avanza mentre si assiste al “ritiro” dell’Occidente

Come ogni area di passaggio che collega due punti altrimenti inarrivabili, chi controlla il Sahel controlla i traffici terrestri che dal Nord Africa viaggiano verso il sud e viceversa. Proprio le rotte commerciali passanti di lì hanno caratterizzato, prima dell’arrivo dei coloni europei, la nascita e la prosperità dei regni saheliani: nessun’altra parte dell’Africa, escluse le coste del nord, ha visto una così numerosa presenza di poli di potere vicini gli uni agli altri.

Ma il vero valore strategico del Sahel riguarda la sua centralità geografica come punto di passaggio delle rotte migratorie dirette verso il Nord Africa e poi l’Europa, che minacciano di crescere esponenzialmente da qui al 2050, quando solo l’Africa subsahariana raggiungerà quota 2,1 miliardi di esseri umani e la Russia, in combutta con i governi al potere, potrà fare pressioni per aprire o chiudere il rubinetto delle partenze – tenendo a mente che i traffici migratori sono pur sempre un business proficuo per chi li gestisce e li dirige – e ricattare in questo modo i Paesi europei.

Oltre a questo, i russi nel Sahel cercano facili affari: l’accesso all’uranio e al petrolio del Mali e del Niger, all’oro del Burkina Faso, e i contratti da milioni di dollari per la fornitura di mezzi militari e sistemi d’arma.

Dalla fine del 2023, con la progressiva scomparsa del gruppo Wagner dalla scena africana, molti osservatori avevano ipotizzato un ridimensionamento della presenza russa nel Sahel. In realtà, l’evoluzione degli eventi ha dimostrato il contrario. Al posto dei mercenari irregolari, Mosca ha istituito un dispositivo più formalizzato: l’African Corps, una forza paramilitare sotto il controllo diretto del Ministero della Difesa russo.

Il passaggio da una presenza “ibrida” a un modello ufficiale indica una strategia pensata per il lungo periodo, volta non più a operazioni tattiche e irregolari ma alla costruzione di relazioni istituzionalizzate e stabili con i governi locali. In Mali, Burkina Faso e Niger, i nuovi contingenti russi hanno preso il posto di strutture logistiche già esistenti, ereditando il lavoro svolto da Wagner. La loro attività include addestramento militare, supporto alla sicurezza dei regimi in carica e, secondo fonti internazionali, controllo strategico di aree ricche di risorse.

Questa evoluzione rafforza la legittimità di Mosca presso i partner africani, trasformando la presenza russa da operazione mercenaria a cooperazione istituzionale. Sul piano diplomatico, la riconfigurazione dell’assetto serve anche a normalizzare la presenza russa agli occhi della comunità internazionale: Mosca appare meno “invasiva” e più “richiesta”. Tuttavia, la sostanza non cambia: la Russia mantiene e consolida la propria influenza in una regione che riveste importanza strategica per l’Europa, proprio mentre l’Occidente annuncia un ritiro progressivo.

Cosa accade alla presenza occidentale nel Sahel

La presenza occidentale nel Sahel, storicamente guidata dalla Francia e dagli Stati Uniti, ha registrato negli ultimi anni un progressivo ridimensionamento. Dopo il ritiro delle truppe francesi in Mali e Burkina Faso, rispettivamente nel 2022 e nel 2023, lo spazio politico e militare si è rapidamente riempito, lasciando ampi margini di intervento a potenze come la Russia.

In Mali, l’escalation di attacchi jihadisti mostra le difficoltà di mantenere la stabilità, mentre la Francia continua a dover negoziare con leader di fatto spesso instabili. Gli attacchi si sono anche allargati ad altre nazioni del Sahel, come Niger e Burkina Faso, confinanti con il Mali e dove le forze jihadiste hanno iniziato a controllare porzioni di territorio.

Le operazioni militari non sono mai riuscite a sconfiggere del tutto i terroristi, che periodicamente hanno ripreso vigore ed oggi controllano diversi territori del Sahel, mettendo a rischio i governi dei tre Stati, tutti retti da giunte militari.

Ma le decisioni prese dalla Francia (ultima in ordine di tempo, il ritiro delle truppe dal Senegal nel luglio 2025) e dall’Unione europea devono aver fatto pensare a Washington che un ritorno statunitense nelle grazie dei Paesi del Sahel sia effettivamente possibile, proprio a riempimento di quel vuoto di potere lasciato da Parigi.

Sono diversi mesi che si registra, infatti, un incremento delle visite yankee ad alto livello verso quegli Stati dell’Africa subsahariana che stanno provando a scrivere una storia di riscatto ed emancipazione non solo della regione, ma del continente intero.

Il raid statunitense nella notte tra il 25 e il 26 dicembre 2025 in Nigeria contro basi jihadiste si inserisce in questo contesto di crescente instabilità nel Sahel, dove le reti jihadiste continuano ad espandersi approfittando di confini porosi, vasti territori non controllati e fragilità istituzionali.

Negli ultimi mesi Washington e Abuja avevano già rafforzato il coordinamento in materia di sicurezza, in particolare sul fronte della condivisione di intelligence e della sorveglianza aerea. Le conseguenze dell’attacco non si limiteranno probabilmente al piano militare: in Nigeria, infatti, l’operazione rischia di alimentare il dibattito sulle delicate dinamiche tra sovranità nazionale, cooperazione internazionale e gestione di una crisi securitaria che da oltre un decennio continua a mietere vittime.

Questi mutamenti strategici dell’Occidente hanno reso più evidente il ruolo destabilizzante delle forze jihadiste, ma hanno anche lasciato un vuoto di potere che, come detto, Mosca ha saputo contribuire a colmare. È dunque evidente il contrasto tra la presenza occidentale e la crescita dell’influenza russa nel contesto della crisi securitaria del Sahel.

Parallelamente, la NATO ha iniziato a richiamare l’attenzione sul proprio “fianco sud”, con iniziative tese a rafforzare la difesa del Mediterraneo allargato. L’Italia, in particolare, ha sottolineato l’importanza strategica del Sahel per la sicurezza europea, spingendo per una maggiore cooperazione nel contrasto al terrorismo e nella gestione dei flussi migratori.

Basso profilo dell’Italia nel Sahel ma permane la nostra volontà di “esserci”

Come evidenziato, l’entità dell’ingerenza russa in Africa subsahariana non può essere sottovalutata: le prospettive di influenza del Cremlino nel continente sono in crescita, in quanto le strategie di hard power e soft power, mercenariato e disinformazione, si rivelano ben pianificate e favorevolmente accolte.

Il caso Sahel è emblematico, ma non singolare: qui il risentimento verso l’Occidente, insieme alla delusione che seguì agli anni di interventismo militare francese, hanno reso la regione tanto impenetrabile al multilateralismo occidentale quanto accomodante all’ingerenza russa.

In un contesto segnato dal disimpegno francese e dal consolidamento della presenza russa, l’Italia ha mantenuto una posizione defilata ma strategicamente coerente nel Sahel, in particolare in Niger, dove opera stabilmente dal 2018 attraverso missioni di sorveglianza e formazione con lo scopo di garantire la stabilità dell’Africa subsahariana.

Questa presenza non ha assunto un profilo aggressivo, ma si è sviluppata attraverso relazioni bilaterali pragmatiche e forme di cooperazione con le autorità locali, evitando interventi militari o ingerenze politiche. Tale approccio ha contribuito a costruire un’immagine di neutralità percepita, ovvero di attore esterno non dominante né storicamente compromesso, distinguendosi sia dalla tradizione neocoloniale francese sia dalle modalità assertive della proiezione russa.

Ciò ha permesso all’Italia di essere accolta più favorevolmente da partner locali, posizionandosi come interlocutore credibile e meno divisivo. Roma ha puntato su un equilibrio tra sicurezza e sviluppo, concentrandosi sul controllo dei flussi migratori e sul contrasto ai traffici transfrontalieri.

In questo quadro, ha potuto rafforzare il proprio ruolo politico in un’area lasciata scoperta da Parigi, configurandosi come attore utile per gli interessi europei senza la carica storica di ingerenza attribuita ad altri attori occidentali. L’Italia, pur operando con cautela, ha dimostrato la possibilità di adottare un modello di cooperazione multilivello più efficace, sintetizzando dimensioni di sicurezza, sviluppo e diplomazia.

Restano però cruciali le sinergie tra UE, NATO e partner locali per evitare che l’area diventi terreno di sfida tra potenze esterne.

Marco Cornetto - Analista Geodiplomazia.it - 03/01/2026