Trump ritira gli USA dal trattato ONU sul clima: una svolta che isola Washington

Donald Trump annuncia il ritiro degli Stati Uniti dal trattato ONU sui cambiamenti climatici e da decine di organizzazioni internazionali. Le reazioni dell’UE e le conseguenze geopolitiche.

USACLIMA

Fabiola Manni

1/8/2026

flags on green grass field near brown concrete building during daytime
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Trump ritira gli Stati Uniti dal trattato ONU sul clima
Bruxelles: «Scelta deplorevole». Washington lascia decine di organismi internazionali

Donald Trump compie un nuovo strappo nell’architettura della governance globale. Nella serata di mercoledì 7 gennaio, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato il ritiro di Washington dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), il pilastro giuridico su cui si fondano oltre trent’anni di negoziati multilaterali sul contrasto al riscaldamento globale.

La decisione arriva in una fase di forte accelerazione della politica estera trumpiana, segnata da crescenti tensioni con gli alleati, minacce esplicite sul dossier Groenlandia, avvertimenti alla NATO e un generale riposizionamento degli Stati Uniti rispetto ai principali forum multilaterali. Sul clima, il messaggio è netto: Washington esce dal perimetro della diplomazia ambientale globale.

Cos’è l’UNFCCC e perché conta

Adottata nel 1992 a Rio de Janeiro e ratificata da 197 Paesi più l’Unione europea, la Convenzione quadro ONU sui cambiamenti climatici rappresenta il primo riconoscimento formale, a livello globale, della necessità di limitare le emissioni di gas serra per contenere l’aumento delle temperature.

L’UNFCCC non impone obiettivi vincolanti immediati, ma costituisce la base giuridica e politica di tutti i principali accordi successivi sul clima, a partire dal Protocollo di Kyoto fino all’Accordo di Parigi del 2015, che impegna gli Stati a mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali.

Uscire dall’UNFCCC significa, in sostanza, mettersi fuori dal quadro multilaterale che regola l’azione climatica internazionale, non solo sul piano simbolico ma anche su quello negoziale e istituzionale.

Il memorandum e il ritiro da 66 organizzazioni internazionali

Il passo sul clima non è isolato. Attraverso un memorandum presidenziale annunciato sui social e poi pubblicato sul sito della Casa Bianca, Trump ha comunicato il ritiro degli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali, di cui 31 riconducibili al sistema delle Nazioni Unite.

Tra queste figurano anche organismi centrali per la cooperazione scientifica e ambientale globale, come:

  • l’IPCC, il panel ONU che valuta lo stato delle conoscenze scientifiche sul cambiamento climatico;

  • l’International Renewable Energy Agency (IRENA);

  • l’International Union for Conservation of Nature (IUCN).

Secondo l’amministrazione statunitense, molte di queste istituzioni si sarebbero trasformate nel tempo in strutture sovranazionali distanti dagli interessi nazionali americani. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha parlato apertamente di una “architettura di governance globale dominata da un’ideologia progressista”, incompatibile con le priorità strategiche di Washington.

Il disimpegno climatico come scelta politica strutturale

Il ritiro dall’UNFCCC conferma una linea già chiara: Trump considera la politica climatica multilaterale un vincolo, non un’opportunità. Già nelle prime ore del suo nuovo mandato, il presidente aveva firmato il decreto per l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, una decisione che diventerà formalmente effettiva il 20 gennaio.

A questo si aggiunge lo smantellamento progressivo di molte normative ambientali introdotte durante l’amministrazione Biden, insieme al rilancio massiccio del settore Oil & Gas, con nuove concessioni per trivellazioni e sfruttamento di combustibili fossili su suolo federale.

Il risultato è un rallentamento evidente del percorso di decarbonizzazione statunitense. Gli USA restano oggi il secondo Paese al mondo per emissioni di CO₂, responsabili di circa il 13,6% del totale globale, una quota che rende il loro disimpegno particolarmente rilevante sul piano sistemico.

L’effetto globale: spazio a Cina ed Europa

Paradossalmente, l’uscita americana non ha congelato la diplomazia climatica globale. Anzi, ha contribuito a ridefinire i ruoli geopolitici nel campo della transizione energetica.

La Cina, primo emettitore mondiale, ha colto l’occasione per presentarsi come attore centrale della transizione verde, facendo leva sul suo dominio industriale nelle batterie, nei pannelli solari e nelle tecnologie pulite. Pechino utilizza sempre più la dimensione climatica come strumento di soft power e legittimazione internazionale.

L’Unione europea, pur ricalibrando alcuni aspetti del Green Deal, ha ribadito l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050, confermando l’uscita progressiva dai combustibili fossili e il rafforzamento delle politiche di mitigazione e adattamento.

La reazione di Bruxelles: «Decisione deplorevole»

La risposta europea è stata immediata. Il commissario UE per il Clima Wopke Hoekstra ha definito la scelta americana “deplorevole e infelice”, sottolineando come l’UNFCCC resti il principale strumento di coordinamento globale nella lotta al cambiamento climatico.

Secondo Bruxelles, l’uscita della più grande economia mondiale e di uno dei principali emettitori rischia di indebolire il multilateralismo, ma non di fermare l’azione climatica globale, che proseguirà anche senza Washington.

Una scelta che va oltre il clima

Il ritiro dall’UNFCCC non è solo una decisione ambientale. È una scelta geopolitica, coerente con una visione del mondo in cui gli Stati Uniti privilegiano sovranità, autonomia decisionale e rapporti bilaterali rispetto ai grandi regimi multilaterali.

In questo senso, il clima diventa un altro terreno – accanto alla sicurezza, al commercio e alla difesa – su cui Trump intende ridisegnare il ruolo americano nel mondo, anche a costo di rompere equilibri consolidati.

La domanda aperta non è se il resto del pianeta continuerà a muoversi sul fronte climatico. È se, nel lungo periodo, Washington potrà permettersi di restare fuori da uno dei dossier che più incideranno sugli equilibri economici, tecnologici e strategici del XXI secolo.

Fabiola Manni - Analista Geodiplomazia.it - 08/01/2026