Il 2025 dell’America Latina: Washington stringe, la regione si frammenta
Dazi, deportazioni e pressione militare USA: il 2025 segna una svolta per l’America Latina. Crescita economica, clima e nuove alleanze sotto stress.
AMERICA LATINA


L'America Latina nel 2025: un anno sotto pressione tra Stati Uniti, migrazione e nuove traiettorie geopolitiche
Il 2025 ha segnato per l’America Latina un passaggio di fase. Non una rottura improvvisa, ma una compressione strategica: più pressione esterna, meno margini di manovra collettiva, e una crescente frammentazione delle risposte nazionali. Dazi, deportazioni, militarizzazione della sicurezza e una rinnovata assertività statunitense hanno definito l’agenda regionale molto più delle dinamiche interne.
Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, a gennaio, ha agito come catalizzatore. In pochi mesi, Washington ha ridefinito le priorità dell’emisfero occidentale, rispolverando logiche che molti in America Latina credevano archiviate.
Il ritorno della Dottrina Monroe e la nuova strategia USA verso l’America Latina
Il documento di National Security Strategy pubblicato dagli Stati Uniti a fine anno ha formalizzato ciò che diversi governi latinoamericani avevano già sperimentato sul campo: un approccio selettivo e coercitivo alla regione.
Washington ha concentrato risorse su quattro direttrici principali: contrasto alla migrazione irregolare, imposizione di tariffe punitive contro Paesi accusati di pratiche commerciali scorrette, impiego di assetti militari contro il narcotraffico e ricompense politiche ed economiche agli alleati più allineati.
Parallelamente, gli Stati Uniti hanno ridotto drasticamente gli aiuti esteri e adottato misure esplicitamente punitive verso governi percepiti come avversari politici.
Risposte divise: tra resistenza, compromesso e allineamento
La reazione latinoamericana non è stata unitaria. Il presidente colombiano Gustavo Petro ha scelto una linea di opposizione frontale, subendo in risposta ulteriori pressioni economiche e diplomatiche. Altri leader, come la presidente messicana Claudia Sheinbaum e il brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, hanno optato per una strategia di negoziazione selettiva, cercando compromessi su alcuni dossier senza cedere completamente.
All’estremo opposto, l’Argentina di Javier Milei ha abbracciato apertamente l’agenda trumpiana. Il risultato è stato un pacchetto di sostegno finanziario da circa 20 miliardi di dollari, decisivo per stabilizzare il peso e rafforzare il governo nelle elezioni di medio termine.
Interferenze politiche e diplomazia bilaterale: l’America Latina senza voce comune
Nel corso del 2025, gli Stati Uniti sono intervenuti ripetutamente nei processi politici interni della regione. Il caso più emblematico è stato il Brasile, dove Washington ha tentato di influenzare indirettamente il processo giudiziario a carico dell’ex presidente Jair Bolsonaro, storico alleato di Trump.
Nonostante ciò, la regione non è riuscita a rispondere in modo coordinato. Accordi su deportazioni, tariffe e infrastrutture strategiche — come il Canale di Panama — sono stati gestiti quasi esclusivamente su base bilaterale, rafforzando la posizione negoziale di Washington.
Un’eccezione istituzionale: il rilancio dell’OAS e il dossier Haiti
L’unico segnale di convergenza regionale è arrivato a marzo, con l’elezione del diplomatico surinamese Albert Ramdin alla guida dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS). La sua nomina ha evitato una leadership apertamente filo-statunitense e ha permesso di ricomporre, almeno temporaneamente, le fratture interne.
Ramdin ha lavorato per ricostruire il consenso attorno a un obiettivo condiviso: la gestione della crisi haitiana. A settembre, il Consiglio di Sicurezza ONU ha approvato un piano sostenuto dall’OAS, segnando uno dei pochi successi multilaterali dell’anno.
Diversificazione strategica: l’America Latina guarda oltre Washington
Sotto la pressione statunitense, molti Paesi latinoamericani hanno accelerato la diversificazione delle relazioni commerciali. Non si è trattato solo di rafforzare i legami con la Cina, ma di ampliare l’orizzonte asiatico.
Il Perù ha firmato un accordo commerciale con l’Indonesia. Il Cile ha avviato negoziati avanzati per un accordo di libero scambio con l’India. Il Mercosur ha concluso un’intesa con Islanda, Norvegia, Svizzera e Liechtenstein, oltre a un partenariato strategico con il Giappone.
Messico e Canada, entrambi legati agli Stati Uniti da un accordo nordamericano sempre più fragile, hanno intensificato il coordinamento reciproco, mentre il Messico si prepara a ospitare il vertice APEC 2028.
Crescita economica e resilienza commerciale regionale
Nonostante le tensioni, l’America Latina chiude il 2025 con una crescita media del 2,4%, superiore alle previsioni iniziali del Fondo Monetario Internazionale. Secondo l’IMF, uno dei fattori chiave è stata la capacità dei Paesi della regione di mantenere esportazioni robuste verso partner diversificati.
Canada e Cina sono diventati destinazioni sempre più rilevanti rispettivamente per le esportazioni messicane e brasiliane, attenuando la dipendenza dal mercato statunitense.
Migrazione e deportazioni: il nuovo paradigma di Washington
Il giro di vite sull’immigrazione ha avuto un impatto profondo sull’America Latina. Nel 2025, gli Stati Uniti hanno di fatto chiuso l’accesso all’asilo al confine con il Messico, revocato protezioni temporanee e ampliato i divieti di viaggio.
I Paesi collaborativi sono stati ricompensati. El Salvador, ad esempio, ha accettato di detenere deportati coinvolti in procedimenti giudiziari negli USA. Il Venezuela ha continuato ad accogliere rimpatri forzati, utilizzando la cooperazione come leva negoziale in un confronto sempre più teso con Washington.
Nel frattempo, Messico e Colombia si sono trovati a gestire il ritorno massiccio di migranti senza il sostegno finanziario statunitense.
Clima e biodiversità: leadership regionale tra COP30 e diplomazia ambientale
Sul fronte climatico, Colombia e Brasile hanno giocato un ruolo centrale. Bogotá ha guidato il completamento dei negoziati ONU sulla biodiversità, culminati in un impegno per mobilitare 200 miliardi di dollari annui entro il 2030.
Il Brasile ha ospitato la COP30, che ha portato a un accordo per triplicare i fondi destinati all’adattamento climatico entro il 2035. Sebbene la transizione dai combustibili fossili non sia stata formalizzata, Colombia e Paesi europei hanno rilanciato il tema con nuovi impegni multilaterali.
Venezuela: democrazia, Nobel e rischio escalation
Il conferimento del Premio Nobel per la Pace a María Corina Machado ha riportato il Venezuela al centro dell’attenzione globale. La leader dell’opposizione ha incarnato una resistenza politica disciplinata, mentre l’amministrazione Trump ha intensificato la pressione sul governo di Nicolás Maduro, arrivando a evocare opzioni militari.
Questa postura ha spaccato non solo l’opposizione venezuelana, ma anche i Paesi vicini, allarmati dai raid statunitensi contro imbarcazioni sospettate di traffico di droga, che nel 2025 hanno causato oltre cento morti.
Un equilibrio instabile per il 2026
Alla fine del 2025, l’America Latina appare più resiliente economicamente, ma politicamente frammentata. La regione non ha trovato una voce comune di fronte alla rinnovata assertività statunitense e si muove ora lungo traiettorie multiple: cooperazione selettiva, diversificazione strategica e, in alcuni casi, allineamento pieno.
La domanda che resta aperta è se questa frammentazione rappresenti una fase transitoria o l’inizio di un nuovo equilibrio strutturale, in cui l’America Latina sarà sempre più oggetto — e sempre meno soggetto — della geopolitica globale.
Paola Pomacchi - Analista Geodiplomazia.it - 30/12/2025
