Nuovo asse Bangladesh-Cina-Pakistan: la mossa che mette l’India sotto pressione

Tra Dhaka, Pechino e Islamabad prende forma un’idea di cooperazione regionale “senza India”. Dalla crisi di SAARC alle rotte del Golfo del Bengala: cosa cambia per sicurezza, commercio e allineamenti in Asia meridionale.

ASIA

Gianluca Fortini

12/18/2025

Nuovo asse Bangladesh-Cina-Pakistan: perché l’Asia del Sud sta provando a cooperare “senza India”

C’è un indicatore che, in Asia meridionale, segnala più di altri la qualità dei rapporti di forza: chi siede al tavolo e chi resta fuori. L’ipotesi di una nuova architettura di cooperazione tra Bangladesh, Cina e Pakistan—discussa in chiave trilaterale e rilanciata a Dhaka dal ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar, secondo quanto riportato—non è solo un esperimento diplomatico. È un messaggio politico, e il destinatario implicito è Nuova Delhi.

Per capire la posta in gioco bisogna partire da un dato strutturale: SAARC, l’organizzazione regionale nata nel 1985 proprio a Dhaka, è da anni in una condizione di paralisi operativa. Le ragioni sono note: l’antagonismo India-Pakistan tende a trasformare ogni dossier tecnico (commercio, visti, sicurezza, cooperazione sanitaria) in un braccio di ferro politico. Quando un’istituzione regionale smette di produrre risultati, non resta vuota: viene “sostituita” da geometrie variabili, formati più piccoli e coalizioni funzionali. È in questo spazio che si inserisce l’idea di un “nucleo” Bangladesh-Cina-Pakistan.

La domanda vera non è se nascerà davvero una nuova organizzazione con statuto, segretariato e agenda formale. La domanda è perché questa idea emerge adesso, e quali incentivi spingono tre capitali così diverse a testare un formato che, per definizione, riordina le priorità della regione.

SAARC: l’architettura che si è fermata e il vuoto che sta lasciando

SAARC era stata pensata come un contenitore “alla ASEAN”: ridurre i costi della rivalità, creare fiducia attraverso cooperazione economica e progetti comuni, costruire un minimo di interdipendenza regionale. Ma l’Asia del Sud non è il Sud-Est asiatico: qui la sicurezza—e soprattutto la sicurezza tra India e Pakistan—ha storicamente un peso tale da soffocare il resto.

Quando un formato regionale si blocca, accadono due cose. Primo: i Paesi più piccoli cercano alternative che non li costringano a vivere ogni crisi bilaterale India-Pakistan come un congelamento dell’intera agenda regionale. Secondo: gli attori esterni—nel caso dell’Asia del Sud, in primis la Cina—trovano più spazio per presentarsi come facilitatori, investitori o “fornitori” di piattaforme di cooperazione.

In altre parole, l’ipotesi Bangladesh-Cina-Pakistan non nasce nel vuoto: nasce nella frustrazione istituzionale. E la frustrazione, in geopolitica, si traduce spesso in sperimentazione.

Perché Dhaka potrebbe essere interessata: autonomia strategica, economia e “spazio di manovra”

Il Bangladesh ha una caratteristica chiave: è abbastanza grande da non voler essere satellite di nessuno, ma abbastanza esposto da non potersi permettere rotture nette. Dhaka vive su un equilibrio delicato tra necessità economiche e sensibilità strategiche. Da un lato, la crescita e l’industrializzazione spingono verso infrastrutture, energia, porti, logistica, accesso ai mercati e investimenti esteri. Dall’altro, la geografia la inchioda a una realtà: l’India resta un vicino inevitabile, con profondi legami commerciali e una proiezione securitaria inevitabile nel Golfo del Bengala.

Proprio per questo, un format trilaterale può essere letto come un tentativo di aumentare la leva negoziale. Non significa “anti-India” per forza; significa, più freddamente, ridurre la vulnerabilità alla pressione di un singolo attore. Se SAARC non funziona, Dhaka può essere tentata di diversificare: dialogare con Pechino per investimenti e tecnologia, con Islamabad per ricalibrare rapporti politici e cooperazione, mantenendo canali con New Delhi senza farsi intrappolare in una sola orbita.

C’è poi un elemento reputazionale interno ed esterno: presentarsi come hub diplomatico regionale rafforza il profilo del Bangladesh come attore in ascesa, non solo come “fabbrica” globale o Stato di frontiera.

Perché la Cina guarda a questo format: geometria del contenimento e accesso al Golfo del Bengala

Per Pechino, l’Asia meridionale è un teatro dove la competizione non è solo militare, ma anche infrastrutturale e narrativa. La Cina tende a privilegiare formati dove può esercitare influenza senza dover “negoziare” la leadership con l’India, che nella regione resta l’attore dominante per massa critica e profondità strategica.

Un asse che includa Bangladesh e Pakistan offre tre vantaggi.

Il primo è diplomatico: Pechino rafforza l’immagine di potenza capace di costruire coalizioni funzionali in un contesto dove l’ordine regionale appare inceppato.

Il secondo è economico-logistico: il Golfo del Bengala è cruciale per catene di approvvigionamento, rotte marittime e resilienza commerciale. Un Bangladesh più integrato con reti infrastrutturali e tecnologiche cinesi aumenta il margine di Pechino nel quadrante indo-pacifico.

Il terzo è strategico: anche senza militarizzare il tema, qualunque architettura che “normalizzi” un format regionale senza India riduce—almeno simbolicamente—la capacità di New Delhi di essere l’unico perno della cooperazione sudasiatica.

Perché il Pakistan rilancia: uscire dall’isolamento regionale e riaprire il gioco

Per Islamabad, la questione è quasi esistenziale: l’Asia del Sud è una regione in cui il Pakistan, per struttura del conflitto con l’India, rischia di restare confinato a un ruolo reattivo. Un nuovo formato con Bangladesh e Cina avrebbe un valore di “rottura” su due livelli.

Sul piano politico, segnala che il Pakistan non è condannato a un unico canale regionale (SAARC) dove la frizione con l’India blocca tutto. Sul piano diplomatico, riapre un fronte con Dhaka, Paese che storicamente ha relazioni complesse con Islamabad. Anche solo avviare un dialogo strutturato diventa utile: crea margini, riduce isolamento, offre opportunità di cooperazione economica e di immagine.

E poi c’è un elemento di grande politica: l’asse con la Cina è già il pilastro principale della postura esterna pakistana. Aggiungere Bangladesh significa estendere quella postura in direzione del Golfo del Bengala, cioè in un’area che tocca direttamente la sensibilità indiana.

L’India davanti al bivio: ignorare, contenere o “riassorbire” la dinamica

Per New Delhi, un format regionale senza India è fastidioso non perché sposti immediatamente equilibri militari, ma perché tocca un punto sensibile: la centralità. L’India ha investito negli anni in piattaforme alternative e in diplomazia multilivello per non farsi intrappolare dal blocco SAARC. Ma un nuovo asse che include Cina e Pakistan potrebbe essere letto come una mini-architettura pensata per aumentare la pressione su New Delhi su più dossier contemporaneamente.

La risposta indiana potrebbe muoversi su tre piani, spesso simultanei.

Primo: rafforzare i formati dove l’India è perno “naturale”, come la cooperazione nel Golfo del Bengala e i corridoi di connettività regionali. Secondo: aumentare l’offerta economica e infrastrutturale verso i vicini, perché in queste regioni la geopolitica si decide spesso con porti, energia, credito e supply chain, più che con dichiarazioni. Terzo: intensificare la dimensione securitaria e di intelligence, soprattutto se percepisce il rischio di un coordinamento politico che si traduca in pressioni su confini, spazi marittimi o narrative internazionali.

Il punto, però, è che l’India deve evitare un errore tipico delle potenze regionali: trasformare ogni iniziativa “senza di me” in un casus belli diplomatico. Un eccesso di reazione accelera ciò che vorrebbe fermare: spinge i vicini a cercare ancora più “spazio di protezione” altrove.

Prospettive: organizzazione formale o piattaforma flessibile?

È probabile che, almeno nella fase iniziale, questa iniziativa assuma la forma di piattaforma flessibile: incontri periodici, memorandum settoriali, cooperazione su commercio, investimenti, gestione delle crisi e forse coordinamento su alcuni dossier multilaterali. Creare una vera “organizzazione” è costoso: servono istituzioni, regole, fondi, e soprattutto serve un consenso politico stabile. Ma in geopolitica spesso non serve arrivare a un trattato per cambiare la percezione: basta costruire una prassi.

E la prassi, in Asia meridionale, può avere effetti cumulativi. Se Dhaka si abitua a un canale trilaterale stabile con Pechino e Islamabad, New Delhi dovrà misurarsi con un vicino più “plurale” nelle opzioni strategiche. Se la Cina consolida il ruolo di facilitatore e investitore in una cornice regionale, aumenta l’attrattività del suo modello di influenza. Se il Pakistan riduce l’isolamento, guadagna ossigeno diplomatico.

La variabile che decide tutto: economia, opinione pubblica e “legittimità” regionale

Alla fine, un’iniziativa del genere vive o muore su un punto: produce benefici tangibili o resta simbolica? Se il format Bangladesh-Cina-Pakistan saprà legarsi a progetti concreti—commercio, logistica, investimenti, resilienza energetica—diventerà difficile da archiviare come “teatro diplomatico”. Se invece resterà un contenitore senza deliverable, rischia di dissolversi.

Ma anche un format “debole” può essere utile, perché normalizza un concetto: l’Asia del Sud non è più automaticamente “India-centrica” sul piano dell’agenda regionale. E questo, nel lungo periodo, è già un cambiamento.

Il segnale più importante non è l’organizzazione, è il messaggio

La notizia non è soltanto l’idea di una nuova piattaforma regionale. La notizia è che, in un’Asia del Sud dove SAARC fatica a funzionare, alcuni attori stanno testando un principio alternativo: cooperare aggirando la frizione strutturale India-Pakistan, e farlo in un modo che offre alla Cina un ruolo di pivot.

Se questa traiettoria proseguirà, l’India dovrà scegliere se rispondere con più integrazione e più offerta verso i vicini—o se irrigidirsi, accelerando l’esatto risultato che teme: una regione dove l’equilibrio non ruota più attorno a un solo centro.

Gianluca Fortini - Analista Geodiplomazia - 18/12/2025