Crisi libica: Turchia e Russia ridisegnano il Mediterraneo, l’Italia resta ai margini?
La Libia tra ingerenze turche e russe torna al centro della competizione geopolitica nel Mediterraneo. Un’analisi sul difficile ruolo dell’Italia e sui rischi strategici per Roma.
MEDIO ORIENTE E NORD AFRICA


Crisi Libica : una normalizzazione difficile tra ingerenze Turche e Russe – il ruolo difficile dell’Italia
Nonostante siano passati 14 anni dallo scoppio della Guerra Civile Libica che portò al rovesciamento e all'uccisione di Gheddafi e di numerosi membri della sua famiglia, la Libia è un Paese completamente sprofondato nel disordine politico. Ufficialmente vi sono due governi, il Governo di Unità Nazionale GUN sotto l’esecutivo di Abdul Hamid Dbeibeh (acquartierato nella capitale Tripoli) ed il Governo di Stabilità Nazionale GSN (con sede a Tobruk) del potente generale Khalifa Haftar. Entrambi rivendicano la sovranità su tutto il territorio libico.
Le radici dell’attuale situazione
Nel febbraio del 2011, contemporaneamente a quanto stava accadendo negli altri paesi del “Mondo Arabo”, anche la Libia venne investita dall'uragano delle cosiddette “Primavere Arabe”. A differenza di quanto avvenne nei confinanti Tunisia ed Egitto però, le proteste, iniziate nella regione della Cirenaica e successivamente estesesi a tutto il paese, degenerarono ben presto in una drammatica guerra civile che causò la morte di decine di migliaia di persone e provocato anche l'intervento di una Coalizione Internazionale a guida americana. Tuttavia, contrariamente alle previsioni ottimistiche di molti osservatori, la morte di Gheddafi (avvenuta il 20 di ottobre del 2011) non ha portato ad una nuova era di pace e di stabilità.
Quando il regime di Gheddafi è crollato, tutto ciò che c’era sotto è venuto a galla: le vecchie divisioni tribali, che erano state nascoste o represse per anni, hanno preso il sopravvento. Il paese è andato in frantumi e sono nati due governi rivali.
Tali rivalità hanno reso impossibile il ripristino di una parvenza di normalità e la violenza armata tra le diverse fazioni tra la fine del 2011 e l'inizio del 2014 è infine sfociata in una nuova guerra civile se possibile anche più intricata della prima. Distruzioni e lutti a parte, la “Seconda Guerra Civile Libica” è stata caratterizzata anche dalla discesa in campo di nuovi attori internazionali come la Turchia e la Russia che si sono fatti aperti garanti dei loro sponsor sul terreno (la Turchia nei confronti del GUN e la Russia del GSN). La Libia è diventata un "nodo strategico" per le potenze mondiali, ma nonostante gli accordi temporanei del 2020, la pace vera sembra ancora lontana. Con oltre 100.000 morti e più di 14 anni di conflitto, il paese è rimasto una sorta di entità virtuale, vulnerabile alle influenze esterne. La Libia di oggi è solo un lontano ricordo della stabilità e prosperità che aveva sotto Gheddafi.
Il ruolo di Mosca nella crisi e le mire espansionistiche russe
Dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad , Mosca si è precipitata a trasferire uomini e mezzi in Libia dalla Siria . Si intuisce che il disegno di Putin sia quello di trasformare il Paese in una sua base operativa, in Africa e nel Mediterraneo, trasferendo a Tobruk la flotta navale di stanza a Tartus, in Siria.
Roma, e il governo Dbeibeh insediato a Tripoli, come anche le cancellerie di mezza Europa, guardano con preoccupazione alla prospettiva che il porto di Tobruk si trasformi in una base navale russa nel Mediterraneo. E sono evidenti le ragioni. Fonti occidentali parlano di recenti immagini satellitari che mostrano mercenari russi che costruiscono basi logistiche nel sud della Libia, mentre, all’indomani della fuga a Mosca della famiglia Assad, l’8 dicembre scorso, truppe inviate dalla Bielorussia e dalla Russia hanno raggiunto la Cirenaica. È comunque difficile conoscere le dimensioni reali della presenza russa in Libia, i numeri degli uomini e dei mezzi a loro disposizione, anche se è da rilevare che sono alcuni anni che nel Fezzan e in Cirenaica sono stati aperti campi militari per i mercenari dell’organizzazione paramilitare russa Wagner.
Avendo perso influenza e potere in Siria, dove ad oggi la Russia sta trattando col nuovo governo di Al-Sharaa per l’eventuale permanenza delle proprie basi militari nel territorio di Damasco, Mosca stia riconsiderando l’interesse geopolitico per la Libia come parte di un nuovo piano per consolidare e aumentare la propria presenza in Africa. È infatti notizia recente, come riportato dal portale The Lybya Observer, l’ottenimento da parte di Mosca di un’ulteriore concessione da parte di Haftar per l’utilizzo esclusivo di un’altra base militare con un posizionamento strategico, quella di Maaten Al Sarra, situata al confine con Ciad e Sudan.
L’aumento della presenza e del coordinamento militare russo in Nord Africa permette infatti a Mosca di creare un collegamento logistico con la zona del Sahel, dove l’influenza russa, grazie ad una serie di intese politiche, commerciali e militari che trovano il favore di Governi locali come quello di Mali, Repubblica Centrafricana e Burkina Faso , è sempre più forte e strutturata .Nella regione si registra infatti una significativa attività del gruppo paramilitare russo gruppo Wagner, che ha acquisito maggiore importanza e centralità per gli obiettivi russi, oltre che maggiore disponibilità militare dopo la riorganizzazione succeduta alla morte del precedente leader Prigozhin prima, e alla caduta di Assad poi. Un recente approfondimento di The Africa Report basato sull’analisi di immagini satellitari e testimonianze oculari, ha certificato come la Russia stia ampliando sempre di più il proprio controllo e la propria penetrazione militare, base dopo base, sia nel Sud della Libia che nel territorio del Ciad.
Il ruolo di Ankara a Tripoli e la ridefinizione delle relazioni turco – cirenaiche
Come si può comprendere ,dopo la caduta di Gheddafi nel 2011, la Libia è diventata un terreno di competizione per attori regionali e internazionali, attratti tanto dalle risorse energetiche quanto dalla sua posizione geografica strategica. La Turchia, storicamente legata alla Tripolitania per motivi culturali ed economici, ha scelto di intervenire direttamente nel conflitto libico a sostegno del Governo di unità nazionale (GUN), riconosciuto dalle Nazioni Unite, attraverso un supporto militare che ha incluso l’invio di droni, consiglieri e mercenari siriani. Questo intervento ha avuto l’obiettivo di contenere l’espansione delle forze orientali guidate da Khalifa Haftar, sostenute da Egitto, EAU, e Russia, e di assicurarsi un ruolo centrale nel futuro assetto della Libia.
Il dossier libico quindi continua a rappresentare una delle principali direttrici della proiezione di potenza della Turchia nel Mediterraneo. Dopo anni di sostegno incondizionato ai governi di Tripoli, culminati nell’intervento del 2019-2020 che ha ribaltato le sorti del conflitto contro l’avanzata delle forze orientali, Ankara sembra ora orientata verso una rimodulazione strategica della propria postura. La progressiva apertura di Recep Tayyip Erdoğan al blocco orientale della Libia, e in particolare alla figura del generale Khalifa Haftar, segna un cambio di paradigma che va letto anche alla luce di una più ampia revisione degli equilibri regionali. Infatti, tale apertura si inscrive in un contesto geopolitico caratterizzato dalla volontà turca di consolidare una presenza multilivello – diplomatica, economica e militare – in una Libia ancora divisa e instabile, ma strategicamente centrale. Questa nuova ridefinizione delle relazioni turco-cirenaiche non rappresenta solo una mossa tattica, ma si configura, altresì, come parte di un più ampio processo di normalizzazione dei rapporti con gli Stati arabi rivali – in primis Egitto ed Emirati Arabi Uniti – e come tentativo di posizionare la Turchia come attore imprescindibile in ogni scenario futuro di stabilizzazione del paese maghrebino.
Come detto, l’apertura verso Haftar non va letta solo come un cambio tattico, ma come parte di un disegno più ampio che mira a consolidare la posizione della Turchia nel Mediterraneo, rendendola capace di dialogare con tutti gli attori rilevanti e di influenzare in modo decisivo gli esiti della transizione libica.
I rischi ed il difficile equilibrio di Ankara tra Tripoli e Bengasi
Nell’ottica di un rafforzamento della sua immagine come attore regionale consolidato, negli ultimi anni, la Turchia ha ampliato significativamente la sua presenza nella regione del Sahel, rafforzando legami politici, economici e militari con diversi paesi dell’area. Attraverso accordi bilaterali e investimenti infrastrutturali, Ankara – così come Mosca – mira a consolidare la sua influenza in una regione strategica sia per le rotte migratorie sia per le sfide legate alla sicurezza. Questo crescente coinvolgimento si inserisce nella più ampia strategia turca di espansione dell’influenza nel continente africano, in alternativa alla presenza tradizionale di attori europei e occidentali. In questo contesto, l’intera Libia riveste, evidentemente, un ruolo chiave: la Turchia utilizza il paese nordafricano come ponte verso il Mediterraneo, facilitando così l’accesso logistico e politico al Sahel e proiettando la propria influenza sulla regione.
Tuttavia, la “nuova” strategia turca non è priva di rischi. Mantenere un equilibrio tra Tripoli e Bengasi può generare diffidenze nei confronti della Turchia, soprattutto tra gli attori della regione occidentale che da anni la considerano un alleato esclusivo. La percezione, da parte dell’esecutivo di Dbeibah e delle formazioni armate a esso fedeli, di un ridimensionamento del sostegno turco potrebbe generare nuove incertezze sulla tenuta del governo e innescare dinamiche di competizione tra attori locali in cerca di nuovi referenti esterni. In un contesto istituzionale già frammentato come quello libico, anche un lieve slittamento degli equilibri di potere rischia di tradursi in tensioni sul terreno e in un indebolimento dell’autorità centrale. Infatti, dal punto di vista politico, l’apertura di Ankara verso la Cirenaica riduce il margine di manovra del premier misuratino, che vede erodersi la posizione di interlocutore privilegiato di Erdoğan, in un momento in cui la pressione per la formazione di un nuovo esecutivo transitorio è molto forte, dopo l’annuncio della nuova roadmap delle Nazioni Unite per permettere lo svolgimento delle elezioni.
E l’Italia ?
La prima vittima della presenza turca in Libia è chiaramente l’Italia. Roma e Ankara sono alleati nella Nato, ma entrambe ambiscono per loro natura geografica a una forte influenza nel Mediterraneo. Erdoğan si sente ormai stretto nei confini anatolici, e vuole estendere il proprio sguardo sul canale di Sicilia, specialmente su quelle coste africane che un tempo erano parte vitale dell’Impero Ottomano a cui spesso si richiama, e che permettevano alla flotta turca di muoversi ovunque nel Mediterraneo.
Da al-Watiya e Misurata, Ankara può inviare caccia e navi da guerra dove desidera, minando le capacità di proiezione marittima italiane. E Roma trova difficoltà nel minare l’influenza turca, in quanto significherebbe indebolire il GUN di Tripoli, di cui è formalmente alleata. Si trova, dunque, in uno stallo difficile da risolvere, in cui rimane vittima silenziosa.
Senza un’influenza sulle coste libiche, la penisola italiana diventa vulnerabile e può essere messa sotto pressione da attori stranieri.
Infatti non si può dimenticare l’influenza che il controllo turco sulla Libia esercita sulla leva migratoria. Erdoğan ha dimostrato più volte di saper usare i flussi di profughi come strumento negoziale. Con una base a Misurata, nel cuore della rotta migratoria centrale, Ankara potrebbe in futuro esercitare un ascendente simile a quello già sperimentato con l’Europa nel dossier siriano, sfruttando la minaccia di nuove ondate migratorie per ottenere vantaggi economici o politici da Bruxelles o da Roma.
In definitiva, Roma si trova oggi in un Mediterraneo sempre più instabile. Senza un riposizionamento strategico e investimenti costanti, l’Italia rischia di perdere non solo influenza politica, ma anche margini di manovra navale e aerea nel canale di Sicilia. La Turchia avanza da est con la presenza in Albania e da sud con la rete di basi in Libia, consolidando rapporti con entrambe le fazioni libiche e rendendo marginale ogni giorno di più il ruolo italiano.
Marco Cornetto - Analista Geodiplomazia.it - 20/12/2025
